| 16-07-2010 13:01 |
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Prima che il profumo dei mondiali di calcio evapori definitivamente nell’afa del solleone romano e ognuno di noi si rimetta gli abiti del tifoso metropolitano, vorrei continuare a riflettere sui messaggi sotterranei che la grande kermesse ha liberato di fronte a qualche miliardo di persone che ne hanno seguito lo svolgimento.
Man mano che la spirale delle eliminazioni si avvitava e le teste cadevano una a una, come birilli, si verificava un duplice fenomeno che i miei colleghi genetisti chiamerebbero di partenogenesi. Senza spaventarsi delle parole complicate, mi vorrei riferire a due cose abbastanza semplici che si sono verificate durante i mondiali, due sport inaspettati. Il primo è stato quello dei pianti e dei singhiozzi che in modo epidemico hanno coinvolto volta a volta gli sconfitti degli scontri dentro/fuori che si sono succeduti dagli ottavi in poi. Furenti ragazzoni che fino ad un minuto prima si erano scambiati fior di randellate con gli avversari, al fischio finale si scioglievano in pianti inconsolabili che hanno contribuito non poco al verdeggiare dei bei campi di gioco del Paese sudafricano.
Un altro sport che ha preso piede in modo inatteso, questa volta fuori dai campi di gioco, è stato il trasferimento del tifo dalle squadre eliminate a quelle in corsa fino alle battute finali. Ne sappiamo qualcosa noi italiani, che a prescindere dal vezzo di molti di tifare contro la proprio nazionale, ci siamo dovuti per così dire riaccasare. Alcuni amici più terzomondisti hanno scelto le squadre africane, ma anche con quelle hanno ben presto toppato. Dopo di che si sono spostati sulle altre squadre del sud del mondo: idem con patate. Come è accaduto del resto agli amanti del tacco e punta, i “brasiliani” di sempre”, naufragati assieme ai campioni verdeoro.
Molti altri, invece, hanno iniziato a fare strani ragionamenti, un po’ sorprendenti nell’Italia “maronita” e ringhiosa che guarda agli immigrati con sospetto e allarme. Si sono messi a tifare per le squadre, come l’Argentina e l’Uruguay, nelle quali ricorrevano nomi di italiani, evidentemente discendenti di emigrati: De Michelis, Di Maria, Furlan… All’inizio mi son detto: “un modo come un altro per non disperdere lo spirito agonistico che ti prende con le partite di calcio”. Poi mi sono ritornate alla mente le immagini di quanto è successo all’estero, dove vi erano grosse concentrazioni di italiani d’origine, in occasione delle vittorie del ’94 e del 2006. Centinaia di migliaia di persone impazzite di gioia ed ebbre di soddisfazione che, sventolando bandiere, sfilando e intonando cori da stadio, inneggiavano alla squadra, ai nostri campioni, ma anche all’Italia e alla sua immagine nel mondo. Mi sarà difficile dimenticare, ad esempio, le emozioni che tutti noi provammo quando ci trovammo a Toronto, a Saint Catherine, in mezzo a centinaia di migliaia di persone orgogliose di avere un qualche legame con l’Italia. Anche quegli stessi che spesso si lamentavano di essere stati costretti ad andar via dal nostro Paese per ragioni di lavoro, erano là, a godersi quel momento di felicità. Né più né meno di quello che in questi giorni stanno facendo gli spagnoli in Spagna e nel resto del mondo.
Ora, invece, sono stati gli italiani “metropolitani” che hanno chiesto agli italiani nati in altri Paesi del mondo di aiutarli a superare la delusione per l’infausta spedizione sudafricana e a staccare il tagliando di soddisfazione che con il calcio e gli altri sport ognuno desidera ottenere.
Si sono rovesciate le parti, insomma. Più sono scarsi i motivi di soddisfazione in Italia e più si cerca di recuperarli nelle occasioni che ci vengono offerte da quegli altri italiani, di origine o di nascita, che vivono altrove. E non solo nello sport, ma anche nel cinema, nelle arti, nella ricerca, nella cultura, nelle istituzioni, nelle professioni, negli affari. Un’Italia alla rovescia, insomma. E non c’è da lamentarsi. Tutt’altro.
Una conferma, sia pure di diversa natura, mi viene da una notizia di altro genere che non è stato facile scovare nelle colonne dei giornali, molto più attenti alle notizie della cronaca nera o mondana. Riguarda lo “Sbarco della nave dei diritti” nel porto di Genova, proveniente da Barcellona. Un traghetto di linea che è stato assunto a simbolo dell’Italia diversa che tanti vorrebbero. Esso è stato immaginosamente trasformato in una nave destinata ad approdare in un porto, come quello di Genova, impastato di forza evocativa per gli emigranti italiani di varie epoche, ma carico di centinaia di nuovi emigrati italiani all’estero, che oggi vivono in Spagna, Francia, Belgio e altri Paesi d’Europa. Quindi Genova come storica icona d’emigrazione, ma anche come icona di democrazia (ve le ricordate le manifestazioni contro l’inquietante governo Tambroni?) e come icona di diritti, almeno a partire dalle ancor più inquietanti vicende del G8 del 2001.
Anche in questo caso un’Italia alla rovescia. Un’Italia che in passato ha esportato lavoratori, che oggi esporta cervelli, che ha avallato le mille battaglie per i diritti che gli italiani emigrati hanno dovuto sostenere per diventare cittadini di serie A nei mille luoghi del loro insediamento. Questa Italia oggi ha visto sbarcare quelli che se ne erano andati, tornati a dirci di essere più attenti ai cervelli che stiamo disseminando nel mondo, al rispetto dei diritti di coloro che arrivano, più vigili contro lo spirito di xenofobia strisciante che penetra nelle vene della nostra società, più decisi nella difesa e nella valorizzazione della nostra cultura, della nostra storia, del nostro ambiente.
Un’Italia alla rovescia, si è detto. Ma è sicuro che questa Italia alla rovescia non sia l’Italia diritta che in tanti desideriamo?
Gino Bucchino
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